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Dalia Gallico

Ombre di Guerra

84 fotografie dai principali conflitti nel mondo per dire basta al dramma della guerra

Ombre di Guerra

84 fotografie dai principali conflitti nel mondo per dire basta al dramma della guerra

dal 20 Novembre 2009 al 10 Gennaio 2010

dal 20 Novembre 2009 al 10 Gennaio 2010

ROTONDA DI VIA BESANA - Via Enrico Besana, 12 - 20122 Milano

Descrizione

Si apre alla Rotonda della Besana di Milano il prossimo 20 novembre 2009 la grande mostra Ombre di guerra: ottantaquattro grandi icone della fotografia per offrire al pubblico una meditazione ragionata sul significato e il potere simbolico delle immagini. Un percorso visivo doloroso, capace però di stimolare reazioni e richiamare l’attenzione sulla follia della guerra.
La mostra, curata da Contrasto, è proposta dalla Fondazione Veronesi e dal Comune di Milano, nell’ambito della Conferenza internazionale Science for Peace che dà ufficialmente il via al neonato Movimento per la pace promosso da Umberto Veronesi insieme a 20 Premi Nobel, numerosi scienziati e uomini di cultura di fama internazionale.
“Facile dire che la storia non è cronaca. Difficile dire la storia senza la cronaca. Quando quest’ultima testimonia la verità. Verità che abbacina chi non vuol vedere o sentire” – spiega l’assessore alla Cultura del Comune di Milano Massimiliano Finazzer Flory. “Ma ogni luce ha la sua ombra. Il male fisico e morale, i conflitti, la violenza attraversano questa raccolta di fotografie che in 84 scatti intendono con forza ‘dire basta’ al dramma della guerra. Nomi importanti quali Robert Capa, Stuart Franklin, Henri Bureau per citarne soltanto alcuni, raccontano per immagini, crude, intense, intrise di tragico lirismo i principali scontri che hanno segnato il Novecento e che in alcuni casi esplodono o si protraggono fino ai nostri giorni.”
Il soldato che stringe il fucile, traumatizzato dalle bombe in Vietnam, nello scatto di Don McCullin; la veglia funebre in Kosovo di Merillon; la bandiera americana piantata su Iwo Jima nella Seconda Guerra Mondiale; il miliziano ripreso da Robert Capa colpito a morte nella guerra civile spagnola, le fosse comuni della Bosnia nelle foto di Gilles Press, la guerra nel Libano di Paolo Pellegrin. Sono solo alcune delle immagini che, vere icone del nostro tempo, raccontano una dopo l’altra le guerre più recenti, dalla Spagna del 1936 al Libano del 2006: settanta anni di storia della iconografia del dolore. Ottantaquattro grandi immagini di altrettanti famosi fotografi; ognuna è una proposta per meditare sul senso della nostra tradizione visiva e sociale. Sul significato e la follia di una pratica insensata e dolorosa come è la guerra.
Alessandra Mauro e Denis Curti, che hanno selezionato le immagini, scrivono: “Abbiamo scelto un gruppo significativo di ottantaquattro fotografie per mettere in mostra il dramma della guerra e offrire una lettura critica a partire proprio dalle immagini che hanno costruito, nel tempo, una vera e propria estetica della guerra.
Gli scatti sono presi ad esempio per il valore simbolico acquisito negli anni e vengono riproposti oggi con una chiave che mira ad aumentare il grado di consapevolezza dell’osservatore. Ogni immagine è accompagnata da un testo che racconta la storia stessa dell’immagine, ne ricostruisce il contesto e ne enfatizza il valore simbolico acquisito negli anni.
Davanti a fotografie che mostrano il dolore, la sofferenza e l’orrore della guerra, alcuni critici scambiano l’urgenza di raccontare e di creare consapevolezza con pornografia visiva, indifferenza o ipocrisia. Come se la disponibilità e l’abbondanza di immagini orribili anestetizzassero chi le guarda, rispetto all’orrore.
Queste accuse verso la fotografia documentaria, in realtà, rivelano qualcosa di semplice e al tempo stesso pericoloso: un desiderio di non guardare il mondo.
La forza dei fotografi di guerra, invece, risiede proprio nel fatto che non si girano dall’altra parte – al contrario, si impegnano nel mostrare situazioni che devono essere corrette. Il senso del loro lavoro si rintraccia nella necessità di partecipazione diretta alle vicende che raccontano (come Robert Capa, che sosteneva che “se le tue foto non sono abbastanza buone, vuol dire che non sei abbastanza vicino”), nella volontà di andare in fondo a un fatto giornalistico, nella scelta consapevole di scattare, di mostrare, di raccontare, di denunciare.”
La fotografia di guerra diventa così un modo per parlare consapevolmente di civiltà attraverso la sua negazione. Mostrandoci un mondo inospitale, i fotografi ci costringono a immaginare come potrebbe essere un mondo migliore, o per lo meno un mondo meno peggiore e le fotografie rappresentano un punto di partenza per una riflessione di tipo etico. Come ha scritto Cornell Capa: “le immagini, al loro massimo di passione e verità, possiedono lo stesso potere delle parole. Se non possono apportare cambiamenti possono, almeno, fornire uno specchio non distorto delle azioni umane e quindi dare una forma alla consapevolezza umana e risvegliare le coscienze”.
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Gallery

Le immagini più rappresentative dell'esposizione